Effetti collaterali di tanta bellezza.

Siamo stati a New York, io e l’Orso.

Lo dico nel caso qualcuno non fosse stato tediato abbastanza dai miei ovvi post su Instagram e Facebook, con indizi appena accennati sullo sfondo, tipo la Statua della Libertà.

Era la seconda volta, e, pur non avendo avuto illuminazioni esistenziali come la prima volta che ci sono stata, quella città mi smuove sempre cose. O forse, più in generale, viaggiare mi crea sempre smottamenti, più de core che de panza.

La sensazione primaria è che ci siano posti al mondo che esigono da te più cose. Che ti chiedono di essere più e meglio, e in cambio ti danno energia purissima e bellezza. New York lo fa forse all’ennesima potenza. Non a caso, in un pomeriggio di sole a Washington Square, mentre l’Orso sgattava vinili in un negozio, mi sono seduta su una panchina a leggere Time Out e mi sono imbattuta in una frase di Scarlett Johansson che diceva esattamente questo:

The city is unforgiving. It’s beautiful and tragic and, you know, available and distant, all in one afternoon.

Nel frattempo, sul blog di Zandegù usciva questo post, che si incastrava bene in quello che stavo pensando. È un post bellissimo e non riesco a smettere di pensarci, scritto con chiarezza magistrale, e la dose giusta di serietà e ironia (ma ci stupisce che Marianna sia così brava? NO).
E poi, in un giorno di pioggia Andrea e Giuliano, ho comprato in una libreria pazzesca (lo Strand Bookstore) un libro di Alida Nugent che si chiama You don’t have to like me, e raccoglie una serie di scritti  buffi e interessanti sul femminismo, sulla crescita, sulla percezione di sé, sul coraggio di dire le cose.

I fear that I’m ordinary, just like everyone, ha cantato Billy Corgan infinite volte nelle mie orecchie dal 1995, in una delle canzoni che amo di più al mondo, ed è un po’ questo che temiamo in tanti, no? Di essere qualunqui, di non avere stelle che ci esplodono nel petto e nulla di magico per il quale essere ricordati per sempre. E forse nell’era dei social è ancora più sentito, farsi vedere, farsi apprezzare, spiccare fra la massa.
Per ottenere cose che a volte sono davvero necessarie alla nostra sussistenza, ma altre volte servono solo a coccolarci l’ego. E non sto condannando nessuno, dio solo sa se non lo faccio pure io (però spero sempre che intorno a me ci sia qualcuno di abbastanza pietoso che, se vede che esagero, mi dà una botta in testa e mi toglie la connessione).

Ho pensato alla grande città e alle grandi storie di successo: ho pensato a Lena Dunham – perché quest’ultima serie di Girls mi sta proprio piacendo da pazzi, e perché la stimo profondamente – e mi sono detta che c’è un motivo se io non sono mai stata la Lena Dunham di Parella, ed è che lei è più brava di me, si è fatta il culo, ha usato al massimo le sue possibilità e ha fatto quello che voleva. E come lei migliaia di altre persone che sono i Michelangelo o le Frida Khalo di questo secolo e fanno cose pazzesche, che hai voglia a dire ecco loro sì e io no.

Ho pensato che nel mio piccolo orticello urbano, la sola risposta che ho – oltre al grazie al cazzo che per me è un bel passe-partout ogni volta che faccio pensieri ovvi – è fare le cose per me. Non per quello che diranno o vedranno gli altri. Nel senso: il punto non è il dopo. Non è il successo o l’apprezzamento o i fischi e le uova marce. Il punto è come sto mentre le faccio, quanto mi piace farle, quanto sono soddisfatta di quello che ho prodotto indipendentemente dalle reazioni.

E ho pensato al provincialismo, che è quella roba che ti sta attaccata addosso a Torino e a New York e a Castiglione Falletto.
Il provincialismo è pensare che chi ha ottenuto un successo non vale più di te, ma ha solo avuto più culo, più opportunità, le spalle più coperte o whatever. A volte magari succede, ma a volte, semplicemente, è stato più bravo. Più focalizzato. Ha fatto salti nel vuoto che tu, mmmh, anche no. E mentre io tenevo il mio culo ben al riparo dall’abisso, qualcun altro saltava, e scommetteva sul fatto di avere le ali.
Ma il provincialismo è anche pensare che tu ormai quel salto lì non lo fai più. Perché le cose non si cambiano, signora mia. È molto triste ma anche molto rassicurante dirci che le scelte fatte ormai sono scolpite nel granito dei secoli.

Quello che ho pensato mentre smaltivo pollo fritto per le strade di New York, è che non ho il minimo potere sulle decisioni e sulle reazioni degli altri. Sul modo in cui mi vedranno, su quello che diranno di me quando non ci sono, posto che qualcuno abbia davvero il tempo e la voglia di dire qualcosa e pensare qualcosa di me e di quello che faccio – perché uno dei capisaldi della mia intera esistenza è proprio che alla gente, di noi, gliene fotte infinitamente meno di quello che crediamo.

Ho il potere, però, di sapere quello che voglio fare, e come lo voglio fare. E di farlo. Come se nessuno vedesse, anche se poi, inevitabilmente, qualcuno vedrà.
Di far sporgere un po’ le chiappe sull’abisso, giusto per vedere se morde.

[Per le inevitabili considerazioni di costume e i maltrattamenti verbali all’Orso in trasferta, prevedo altri post, magari un po’ meno supercazzola di questo qua].

[fem-mi-nì-sta]s.f.

Primo: non è una parolaccia. Si può dire.

Ammettere di essere femminista, se lo si pensa, è una buona cosa. Anche se siete avvenenti e depilate e non vi va che la gente pensi che sotto la parola “femminista” si celi un agglomerato di peli ribelli. Chi lo pensa, è pazzo e anacronistico.

Potete dirlo anche se siete maschi: i casi di pirilli caduti dopo aver pronunciato la tragica affermazione “Sono femminista” noti alla scienza, ad oggi, ammontano a zero.

Ma: prima di dirlo, però, è meglio che vi facciate qualche domanda. Lo sono davvero? Mi interessa esserlo? No, perché poi magari non vi interessa. Non lo siete. Le cose come stanno vi vanno benissimo. Ci sono un sacco di sintomi del bello ma non ci vivrei. Tipo: quando una donna apre bocca, vi mettete in automatico nella modalità “sopportazione” e prima ancora di aver ascoltato cosa ha detto siete già lì con una serie di obiezioni in canna. E lo fate di default, solo perché è una donna.
[NB: non sto dicendo che lo fate solo se siete uomini. Un sacco di donne lo fanno. Un sacco di donne non sono femministe. Io ancora non riesco a farmene una ragione, ma è così].

Perché, secondo me, è importante essere femministi?
Credo di averlo già detto, ma, beh, repetita iuvant. Per gli stessi motivi per cui è importante non essere razzisti, omofobi, arroganti, violenti, ottusi. Perché credere nell’inferiorità delle donne e nella supremazia del sesso forte significa nutrire una serie di stereotipi e pregiudizi che fanno male a tutti, anche ai maschi. Significa coltivare brutture e disparità.

Una volta ho avuto una discussione brutta con un signore che non conoscevo. Un signore che, mi dissero, era una persona colta, di buon carattere. È stato subito dopo i “fatti di Colonia”. Per chi non se lo ricordasse, nella notte di Capodanno del 2015 un numero cospicuo di donne che festeggiavano per i cazzi loro a Colonia è stata molestata sessualmente da un manipolo piuttosto consistente di uomini, festanti pure loro. Per molestia sessuale intendo anche che gli è stato toccato il culo, tra l’altro. Se vi è mai capitato che vi palpassero degli sconosciuti senza che lo desideraste, sapete che aggiungere un “solo” davanti a “toccato il culo” è una banalizzazione di cui non sentiamo alcun bisogno. La cosa è stata poi decontestualizzata dall’ambito a cui apparteneva perché pare che i molestatori fossero tutti richiedenti asilo e provenienti da paesi di prevalenza islamica. Grande festa alla corte dei razzisti/nazionalisti, ça va sans dire. Fra tutti gli articoli che sono andata a ripescare, questo secondo me è uno dei migliori per ricontestualizzare l’accaduto in una prospettiva più ampia.

Insomma, com’è come non è si è finito a parlare della cosa, che era successa da poco, e il signore ha commentato l’accaduto dicendo che le reazioni dei gruppi femministi erano state troppo accese per essere prese sul serio. Che, alla fine, reagire con troppa veemenza non giovava alla causa.
Ora, a parte che, che io sappia, nessun gruppo femminista è impazzito ed è andato a mettere bombe in giro e a fare ronde con randelli chiodati menando uomini a caso, il che, effettivamente, sarebbe stata una reazione controproducente e non costruttiva.
Quello a cui mi sono trovata davanti è stato un tipico caso di mansplaining: un uomo che spiega a una donna – io, nello specifico, ma se avesse potuto forse il signore avrebbe detto lo stesso con la stessa aura pacata e paternalista ad un collettivo femminista – come avrebbe dovuto reagire a qualcosa, se solo fosse abbastanza intelligente/preparata/lucida/razionale per usare il cervello, che è nella testa, ovvero quel grosso bozzo posto un metro circa sopra al culo (cit.).

Vorrei dire che la discussione è andata avanti per un po’ e che poi io l’ho schiacciato con la mia brillante dialettica, l’ho aiutato a capire che stava facendo un discorso orrendo e stereotipato in una maniera orrenda e stereotipata, e che l’ho spedito a casa con in mano una copia del libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ovviamente no. Mi sono incazzata come una iena, ho mantenuto la mia incazzatura nei limiti del decoro – anche perché non ero in un luogo neutro e andando avanti avrei sicuramente creato una situazione sgradevole per la terza persona presente, che nulla ne poteva – e alla fine ho glissato con un sorriso di legno e sono andata in bagno a sbattere la testa contro il muro bestemmiando in aramaico come il demone Pazuzu.

O mythos deloi oti: nonostante anni e anni di training, e un’educazione femminista, ancora il diritto di arrabbiarmi, davvero, quando un uomo mi tratta con accondiscendenza non me lo so concedere.

La femminista sempre incazzata e con fra i denti un kriss malese per evirare alla bisogna qualunque maschio che le si pari davanti è ancora uno stereotipo del quale soffro, ma in verità, dentro di me, lo so che abbiamo il diritto di essere arrabbiate, quando siamo vittime di un’ingiustizia, o di una violenza, o quando non veniamo prese sul serio. Quando ci dicono che dobbiamo protestare, sì, ma in modo consono, possibilmente con la dolcevita, con toni pacati e convincenti, perché se no, signora mia, come si fa ad ascoltarvi? Avrete ragione, ogni tanto, ma gridare con le poppe al vento non è un buon modo, su, dai, non si fa.

E invece, per qualcuna di noi, è un buon modo, e il fatto che possa non essere il mio non toglie legittimità alla cosa.

Emma Watson, che è stata massacrata per il binomio tette-femminismo non più tardi di una settimana fa, ha detto una frase intelligentissima: il femminismo non è una bacchetta con cui punire le altre donne. (Il video completo lo trovate qui). È qualcosa di molto più ampio, inclusivo, che ha mille sfaccettature – com’è ovvio che sia, perché stiamo parlando di persone – e in cui ognuna può trovare il suo posto e il suo modo, per manifestare, per agire, per supportare. Per cambiare.

Io sono allegra, frivola, incazzata, un po’ secchiona, bionda, malinconica a tratti, tonta il giusto, orgogliosa, iraconda, golosa.
Io sono femminista, e lo sono in tutti i modi in cui sono tutto il resto. Oggi, e tutti gli altri giorni dell’anno. Perché per me è davvero una cosa necessaria, e di cui andare fiera.

Bonus track: una bella panoramica di un nuovo tipo di femminismo è la newsletter di Lenny. Se masticate abbastanza l’inglese, secondo me fate bene a iscrivervi: se la sono inventata Lena Dunham e Jenni Konner, e io non smetterò mai di ringraziarle per questo.

le avventure acquatiche della giovane Incorporella

Io non sono di quelle che lo sport poi a un certo punto lo rivalutano.

Vorrei che fosse chiaro. Non sono di quelle che sì, non avevo voglia di andarci, però poi sono stata contenta. Non sono di quelle che si sentono in colpa se non muovono le chiappe per alcune ere geologiche di fila. Non sono di quelle che, non l’avrei mai detto ma mi sono appassionata. Sono irrimediabilmente, geneticamente, inesorabilmente pigra.

Lo sono da sempre. L’attività fisica mi fa cagare. Chi mi conosce lo sa e non manca di fare battute al riguardo.

L’unico motivo per cui posso piegarmi a fare sport è se me lo dice il dottore. E stavolta, ahimè, me l’ha detto. La circolazione, le caviglie stile Heidi, le vene varicose in agguato, il gomito che fa contatto col ginocchio, l’invasione degli ultracorpi, dovresti proprio fare acquagym.

Ed è così che, con un moto contrario e inverso e innaturale, ho rubato l’accappatoio di microfibra all’Orso, ho riesumato un vecchio costume Arena in cui sembro l’omonimo rollè, e lento pede mi sono incamminata verso la piscina più vicina che ho trovato.

Ho pagato, reggendo il bancomat come Muzio Scevola la mano sul braciere, l’occhio fisso all’orizzonte, il cuore pieno di nefandi presagi.

Dentro di me già pregavo: dio, fa’ che non ci siano nessuno che ha meno di settant’anni, e che la lezione sia proporzionata all’anagrafe.

Come previsto, ho subito sbagliato qualcosa: non ero mai stata in quella piscina, non sapevo dove cazzo andare, sapevo solo che ad un certo punto avrei trovato un tornello in cui strisciare la tessera, quindi ho strisciato la tessera nel primo tornello che ho trovato. C’è stato un BIIIP gigante e il tornello non s’è mosso. È uscita una signorina un po’ seccata che mi ha detto con tono glaciale “Ha bisogno?”. Io ho subito pensato che mi avessero sgamata: ecco, è lei quella che non fa un saltello dal 2003! Presto, Fitness Police, arrestatela! In realtà è solo venuto fuori che il tornello che serviva a me era al piano di sotto.

Ho trovato lo spogliatoio, dopo aver controllato venti volte che fosse quello delle femmine, per evitare di incappare in una foresta di pirilli e dare scandalo già subito.
Abbandonate le scarpe all’ingresso, insieme ad ogni speranza per un mondo migliore, ho scelto un armadietto a caso, ci ho buttato dentro tutti i miei averi, mi sono inguainata nel mio bel costumino sgambato anni 90. Poi, proprio mentre ero lì piegata cercando di togliermi i calzini per mettere le infradito, ho sentito una presenza a pochi millimetri dalla mia schiena –  ma forse, per amore di verità e vista l’incauta posizione, è meglio dire dal mio culo.

Non era Padre Pio venuto in mio soccorso con una dispensa divina, ma una signora di una certa età, con tanto di piumino e sciarpa nonostante i 67 gradi di temperatura, che mi guardava con disgusto.

“Devo arrivare a quell’armadietto. Lei finisca, io intanto aspetto”.

C’erano altri trecento armadietti liberi, ma io sono riuscita a scegliere proprio l’unico immediatamente sopra a quello desiderato dalla signora, probabilmente sofferente di DOC. Ha aspettato, tutta vestita, mentre l’uranio le si fondeva lungo i fianchi, senza spostarsi di un centimetro.

E così ho finito di cambiarmi e di mettere a posto le ultime cose con una signora mai vista prima amorevolmente attaccata alle mie terga, come un koala molto affettuoso. Il tutto in uno spogliatoio mezzo vuoto, giusto per aggiungere irrealtà alla scena.

Ho messo la cuffia (oh, poi un giorno parleremo anche dell’estrema umiliazione estetica rappresentata dalla cuffia), mi sono fatta la doccia e mi sono addentrata ciabattante nella piscina vera e propria. Ho appeso l’accappatoio in sei posti diversi prima di capire qual era effettivamente la parte giusta della piscina. Per capirlo, mi sono appostata dietro a una settantenne rassicurante e ho copiato quello che faceva lei.

Poi è iniziata la lezione.

Tre cose vorrei sottolineare di questa lezione di acquagym:

  1. La musica: avevo rimosso quali orrori dance potessero accompagnare il movimento fisico in acqua. Credo esistano delle compilation apposta. Le usano in piscina e a Guantanamo per far parlare i terroristi.
  2. Hello scoordinazione my old friend. Tutti su con la gamba destra, e io piego il gomito sinistro. Aprite le braccia verso l’esterno! E io muovo le orecchie come una lepre dei Cotswolds. Saltellare sul posto portando le ginocchia al petto, io mi produco in un triplo carpiato e mi procuro una commozione cerebrale. Oh, non ce la faccio. Deve essere un qualche gene recessivo di cui non ero a conoscenza.
  3. Il tempo non passa mai. Mai. Ho buttato un occhio all’orologio certa che fossero passati almeno venti minuti e ne erano passati cinque. CINQUE. Per tutto il tempo ho ripetuto un unico mantra: machecazzocifaccioioqui. Ciao Buddha, lo so che lo sto facendo male. Ohm.

E poi niente, è tutto finito, anche se credo che in qualche universo parallelo ci sia ancora una versione di me che lancia involontariamente pesetti di gommapiuma in testa alle vecchiette, che, per inciso, mi hanno dato merda alla grandissima, dal punto di vista motorio. Asfaltata, proprio. Ma mi hanno anche dato supporto: brava, per essere la tua prima lezione te la sei cavata, continua così, ci vediamo dopodomani?

Ma che dopodomani, signore, io una volta alla settimana e fa’ che t’nabia.

Tutto si immagina

Io amo le storie.

Leggerle, ascoltarle, raccontarle. Amo anche scriverle, è uno sporco lavoro e non viene sempre bene, ma è anche un piacere personale purissimo e indiscutibile. Ormai da tre anni mi regalo due ore alla settimana per frequentare corsi di scrittura (tipo questo e questo) che si traducono in pagine e pagine di appunti, files di word, riscritture, note in brutta grafia su quaderni sconnessi, ma soprattutto, come diceva il buon vecchio Mike: allegria. Soddisfazione, gioia, diletto, gaudio, delizia, godimento, beatitudine: un intero plateau di sinonimi a cui attingere.

Scrivere è un lavoro solitario, frequentare un corso di scrittura lo rende meno umida stanzetta e più gita del liceo. Trovi persone che ti assomigliano anche se sono diversissime da te, trovi sogni, trovi obiettivi, e – ovviamente – trovi storie.

Trovi Maestri e trovi amici.

Trovi risate, complicità, trovi quella fame di altrove che si realizza nell’essere umano appena le lasci spazio.

Sabato 11 febbraio era il giorno prima del mio compleanno e per me tutti i giorni prima e anche alcuni giorni dopo il mio compleanno valgono come festeggiamenti.

Sabato 11 febbraio c’era il corso di Elena Varvello da Zandegù e io ho preso un permesso dal lavoro e ci sono andata.

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Faccio solo foto altamente significative, io.

Elena Varvello è mesmerizzante.

Lo so che probabilmente ci sono parole più adatte a descriverla – scrittrice, insegnante, autrice, narratrice – e aggettivi spesso superlativi che non possono mancare – bravissima, preparatissima, appassionata e appassionante, pescate a caso nella gamma dell’apprezzamento e ce l’avrete.
Io, dalla prima volta che l’ho vista in classe (ormai un paio d’anni fa) e l’ho ascoltata parlare, ho pensato questo. Mesmerizzante. Il correttore di word lo segna rosso e preferirebbe forse una cosa tipo ipnotica, o suggestiva, ma che ne sa un correttore di quello che capita quando Elena Varvello si sfila gli occhiali e inizia a parlare?

La lezione a cui ho partecipato io si inserisce in un percorso più ampio di cinque lezioni (ne restano ancora uno, just in case vi stessero prudendo le mani) e il focus centrale era sui personaggi che parlano.
Il personaggio  – e il dialogo – è stato l’atomo intorno al quale Elena ha costruito un universo in poche ore, ci ha portato per mano nelle stanze della scrittura, ci ha fatti entrare per qualche attimo, ci ha tenuti sulla porta a guardare, e poi abbiamo camminato su laghi ghiacciati, abbiamo guardato il bosco dall’alto, e poi ci ha detto: scrivete.

Sul polso Elena ha tatuato “Tutto si immagina”.

Quel tatuaggio io l’ho visto fresco alcuni mesi fa, al Circolo dei Lettori, quando siamo andati ad ascoltarla presentare La vita felice, l’ultimo romanzo che ha scritto.

Ecco: quella frase, quel tatuaggio, è il riassunto migliore che potrei fare per raccontare una lezione di Elena Varvello in un tweet.
Tutto si immagina: con la sua voce, con esempi, con disegni buffi e senza mai perdere l’occasione per una battuta e una risata, abbiamo immaginato tutto dei nostri personaggi. Io ne avevo un paio in mente, i miei compagni di corso anche, e chissà lei a chi pensava.

Di verbo in verbo, abbiamo iniziato ad ascoltarli.
I personaggi parlano, non chiacchierano: e abbiamo imparato che il dialogo più riuscito si esprime nel non detto, nel silenzio.

Sembrerà mica facile, una cosa così, quando poi sei a casa e il cursore lampeggia e tu non sai che minchia si dicono ‘sti due mentecatti che stanno lì seduti al tavolino di un bar ed è tutto uno spazio vuoto da riempire e tu non riesci a decidere, se attingere ai ricordi, alla realtà, alla preghiera, o se spegnere tutto e andare a guardarti una puntata nuova di Girls.

Ed è lì che ti viene in mente: tutto si immagina.
Quello che ti resta, dopo un corso di scrittura fatto bene, sono gli strumenti. Gli scalpelli per martellare quel blocco bianco di marmo che hai nel cervello al posto dei neuroni, per creare spiragli da cui possano uscire le parole, e i due mentecatti di cui sopra comincino a respirare e a esprimersi in un modo che – speriamo – non assomiglierà a una puntata della Telenovela Piemontese.

Quando è finito il corso siamo rimaste ancora un po’ lì a fare salotto e a farci promesse: scrivere, soprattutto, è la promessa più impegnativa, e l’unica che conta.
Poi, visto che io sono io, mi è venuto un po’ di sagrìn, perché era già finito tutto, volato in fretta, avrei voluto ricominciare la giornata da capo, anche perché io dalla Zandecasa vorrei non andarmene mai, stare lì con le persone e Sandra e Raimondo e il caffè e la torta di Sara e i cuscini a punto croce con su scritto Tarapia Tapioco.

Allora ho capito che dovevo andare a casa e scrivere.

Perché il modo migliore per far passare il sagrìn, è sempre raccontarsi una storia.

[Già che ci sono: qualche link bonus che magari vi interessa.
La pagina Facebook di Elena Varvello.
Il prossimo corso che terrà da Zandegù.
Il sito del Maestro primigenio e reverendissimo, quello che campeggia come un santino nei miei quaderni squinternati e che cito a sproposito ogni volta che parlo di scrittura.
Quello che pensa Valentina e quello che pensa Francesca: due riflessioni super azzeccate sui corsi di scrittura].

The rain was never cold when I was young

Cose che documentano la vecchiaia ben più di qualsiasi numero scritto su un pezzo di carta con la tua faccia sopra.

Sanremo. Proprio guardare Sanremo, la cosa in sé.
Madonna i giovani che brutte canzoni che fanno.
Ma che cazzo di capelli ha?
La caviglia nuda però dai. Io comunque anche quando li vedo per strada con quelle caviglie scoperte, ma non hanno freddo?
Eh però quelle belle canzoni degli anni 80 che ti restavano in testa per anni. I classiconi. Non le scrivono mica più quelle canzoni lì.
Ma chi cazzo è Fabrizio Moro?
Ma ha detto merda? No dai, sul palco dell’Ariston merda no però.
Alza un po’ che non sento.
Abbassa un attimo che mi sta assordando.
Valeria Mazza comunque si conserva bene. Sarà che la scongelano una volta all’anno per promuovere la sua clinica de la velessa.
Senza Vessicchio e Coconuda però non è veramente Sanremo:
Crozza io me lo ricordo con i Broncovitz ed era tutto un’altra cosa. E comunque non fa ridere.
Maduuuu com’è invecchiata/o!
Alcuni fanno anche un po’ tenerezza, dai.
Le coriste dove le hanno mese quest’anno? In una buca? Fateci vedere le coriste, cazzo!
Certo che tu studi il violino al conservatorio per anni e finisci a fare le basi per Clementino, cioè, a volte la vita  non è che proprio ti premia.
In che senso fine prima parte? Ma hai visto che ore sono?

Ma voi state ascoltando? Ah no, io ho smesso dieci minuti fa.

Cos’è questo, il momento della gente normale o quello del tema sociale?
Speriamo che non usino i bambini. No il cane no poverino però, dai. Adesso vedrai che fa la cacca sul palco.
Ma perché Carlo Conti è vestito come Willy Wonka? Però è un po’ meno marrone del solito. Cioè, se lo vedi da solo, poi di fianco agli altri si vede che comunque è color mogano.
Questa piace ai giovani.
Questa piace a mia mamma.
Questa premio della critica.
Questa podio, non so in che posizione ma comunque podio.
Questa la passeranno un casino al supermercato.
Questa va bene per i centri estivi.
Questa fa veramente ma veramente cagare.
Questa è bellissima. Ma la canzone? No, lei.

Tiziano Ferro sposami, sii il padre dei miei figli, poi se vuoi lasciami per un altro, ma rimaniamo amici.
Lui sì che è un artista completo.
Anche un po’ il figlio di Massimo Ranieri, secondo me, guardalo bene.

Post scritto a due mani, ma attingendo ad almeno sette teste. Adesso vado, che comincia la seconda serata.

Giuro che Tiziano Ferro non è stato molestato per la stesura di questo post. Purtroppo.

Febbraio, non c’è niente che fa rima con febbraio.

Febbraio è il mese del compleanno e delle bugie, quelle che ci siamo dette quando abbiamo giurato che non avremmo mangiato bugie tutto il mese ma solo nei giorni intorno al dodici, per convenienza.

Vado a fare la visita oculistica, mi sembra di vederci meno dall’occhio destro, quello che ha sempre dato problemi, il figlio difficile, cammino per corso Tassoni con gli Ash, e mi dico, mah, speriamo che invece sia tutto a posto. E più spero più mi convinco che invece no, buuuh, terremoto e tragedia e Ray Charles.

Febbraio è il mese che vuoi festeggiare e che non ne puoi più dell’inverno, ma è troppo presto, bisogna arrivare almeno fino a marzo e avere comunque i terroristi del meteo che appena levi uno strato di lana ti dicono, ah ma non illudiamoci che tanto fra un po’ di giorni di nuovo nevica. Ma come nevica, ma cazzo, ma sei sicuro? Ah sì, l’han detto, eh.

E poi a volte nevica a marzo, e a volte invece no, perché ammettiamolo una buona cazzo di volta che la meteorologia è la scienza di sto par de palle, che l’unica previsione quasi certa è quella che puoi fare alzandoti al mattino e guardando fuori dalla finestra, perché per probabilità statistica c’hai la stessa ragione del Colonnello Bernacca che ti vive accanto con ilmeteopuntoit nella barra dei preferiti che neanche pornhub. Lunghi dibattiti che seguono sempre il solito schema:
Si avvera la previsione=> vedi che ci azzeccano!
Piogge improvvise=> beh ma non è che non possano sbagliare ogni tanto eh.
E allora ci ho ragione io, scusaaaaa. O suca, che a volte anziché scrivere scusa scrivi suca e hai sempre il dubbio che sia il subconscio che si manifesta.

L’oculista è la stessa da quando eri bambina e la adori perché affronta i tuoi terrori di cecità con calma e compostezza e un sorriso che non è mai invecchiato, e guardi a destra in basso e leggi la terza riga e metti il collirio che dilata la pupilla ed è tutto così normale che bom, ti senti molto cretina per i pensieri di morte e distruzione sotto il cielo plumbeo che sembrava fatto apposta per gli oscuri presagi, quando potevi tranquillamente ascoltare gli Ash e contare le crepe nel marciapiede senza un pensiero al mondo.

Febbraio è il mese corto e in salita di quando vorresti che tutti ti volessero più bene e invece magari inciampi in un merdone e dici occazzo non me l’aspettavo, non l’ho proprio visto, vedi, te l’ho detto, aridaje con Ray Charles.

Dice che non sei peggiorata, che forse ti sembra di vederci meno perché sei solo un po’ stanca, perché sforzi un po’ gli occhi (ciao, Netflix), ma è tutto a posto, tutto nella norma, esci e mandi a Miss Ali la foto di un falchetto per aggiornarla sull’affaire, e mentre ravani sul telefono ti rendi conto che cazzo non ci vedi una sega, ma sono le gocce, cretina, ti ha messo le gocce.

Febbraio è solo che sei un po’ stanca e non vedi le cose con chiarezza, ti ha messo le gocce e da lontano è meglio che da vicino, tener duro aspettando la primavera, e se nevica ci copriremo e ci terremo caldi come sappiamo, in ogni caso ne avremo la certezza solo guardando fuori dalla finestra, un mattino all’improvviso o una sera fuori da una pizzeria dopo aver detto scemenze, febbraio non fa rima con niente a prima vista ma in realtà non è vero, fa rima con granaio e puttanaio e gennaio. Non sarà il massimo dell’originalità, ma comunque.

 

“Tu vecchia mutanda, tu, souvenir di gioventù”.

Oggi mentre piegavo la biancheria – ebbene sì, anche io faccio queste cose utili ogni tanto – ho notato, forse per la prima volta, una disparità notevole nella misura delle mie mutande.

Premetto che per me le mutande sono un po’ una droga, non resisto, le compro a pacchi purché siano di cotone, colorate, possibilmente con qualche fantasia scema più adatta a una quarta elementare che a un’età anagrafica di appartenenza. E poi, diciamolo: le mutande servono sempre. Non è che puoi frenare l’impulso dicendo “dai, ma poi quando le metto?“. La mutanda è un evergreen dello shopping.

La mutanda è il souvenir ideale, il pensierino azzeccato, occupa poco spazio in valigia, la mutanda è universale.

Oggi a mia teoria dell’universalità della mutanda è stata messa a dura prova dai centimetri di differenza fra un capo comprato da Uniqlo a Tokyo e uno da Victoria’s Secret a Santa Cruz. La mutanda nipponica è una L, la mutanda americana è una M, eppure la prima è decisamente più piccola rispetto alla seconda.

(Le prove fotografiche sono sul mio profilo Instagram, ché il popolo deve sapere).

Del resto è la scoperta dell’acqua calda, no? Paese che vai, taglie che trovi. È tutto proporzionato all’utenza media, e sicuramente non ci va una laurea in antropologia per notare che la chiappa asiatica è mediamente molto più contenuta della chiappa occidentale.

(Qui è dove potrei aggiungere che, seguendo questo ragionamento, l’Orso a Tokyo ha comprato sulla fiducia mutande XL nelle quali potevano starci comodamente sei lottatori di sumo che ballavano il cancan, ma farei crollare tutta la teoria e quindi fingiamo che non sia mai accaduto).

E ho pensato a quante volte, invece, in ben più giovine età, la taglia è stata un traguardo ambito. Non solo mio, ma di tante fanciulle di mia conoscenza. Sopra la 46, le fondamenta scricchiolavano. Sotto la 42, si veniva portate in trionfo dalla folla.

Poi sono arrivate le catene di fast fashion e le certezze sono crollate.

Abbiamo scoperto gli algoritmi per calcolare quale taglia approssimativamente poteva essere la nostra: prendi il cartellino, cerca la dicitura EUR, non confonderti con MEX mi raccomando, aggiungi quattro, dividi per due, sottrai il numero che hai pensato, moltiplicalo per la data di nascita di tua mamma, fai una rapida valutazione appoggiandotelo addosso, entra nel camerino, dì sette Ave Maria e spera per il meglio.

Io nel corso degli anni penso di aver provato – e acquistato – capi di qualsiasi taglia. Ho provato XXL nelle quali sembravo la noce di prosciutto al pepe dell’autogrill, ho visto jeans taglia 34 esplodere sulle mie cosce come navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ho navigato in placidi mari di flanella taglia S. E tutti questi momenti andranno persi come lacrime tra i gatti di polvere di un camerino di Pull&Bear.

Ad oggi, se una commessa volenterosa mi chiede “Che taglia ti porto?” vado nel panico. In media, rispondo “Fai tu“. Apro il cappotto, svelo le mie dimensioni e mi affido alla professionalità di chi ho davanti.

No so esattamente che taglia porto, ma ho memorizzato una serie di numeri tipo sequenza di Fibonacci che corrispondono, circa,  alle taglie che di solito mi vanno di una determinata marca o di alcune catene d’abbigliamento.

Va da sé che sono sempre io, eh. Non è che mi espando e mi restringo come Carletto il principe dei mostri.

E ho realizzato, ancora una volta, che cosa direi alla me stessa sedicenne che cercava di strizzarsi in una 44 quando chiaramente avrebbe dovuto accomodarsi in una 46: piantala, cretina.

La profezia dice che un giorno avrai un cassetto pieno di mutande ordinatamente divise per colore, e nessuna sarà della stessa taglia dell’altra. Ognuna verrà da un posto del mondo diverso e quando le metterai non penserai a quello che c’è scritto sull’etichetta, che peraltro avrai già tagliato perché ti gratta sul sedere. Ti ricorderai dov’eri quando le hai comprate, con chi, cosa stavi facendo e che tempo c’era.

E in tutto questo la cosa che conterà di meno saranno le effettive dimensioni del tuo culo.