Madeleine de Proust

Quella sera che diluviava pazzamente e io pensavo ai cibi delle nonne.

Le ginevrine e i sukai nel barattolo di vetro pesante, quello che ora io uso per le capsule della nespresso.

Il krapfen piccolo pieno di crema, appena fritto, a scolare l’olio sulla carta del pane.

I capelli d’angelo, asciutti, conditi con burro giallo e concentrato di pomodoro. Andavo a mangiarli nel garage, all’ombra, seduta su un vecchio scolapiatti, appoggiata ad un ceppo di legno, nel piatto bianco con il bordo rosso. Lei si sedeva sulle scale e sorrideva, una sigaretta al mentolo fra le dita con lo smalto rosso.

I ravioli dolci col ragù. Quel sapore perfetto di cioccolato, ricotta, cannella e scorza di limone, che nessuno di noi è mai riuscito a ricreare con la stessa precisione. Eppure c’è la ricetta scritta di suo pugno, nel corsivo elegante mai dimenticato. La mattina di Natale, lei dirigeva tutti, come un’orchestra, tacco dodici e messa in piega, Napoleone con un lieve sentore di borotalco e lo chemisier che cadeva perfetto.

I gamberoni alla griglia, comprati insieme al mercato di piazza Carlina e pagati come una parure, mangiati noi due sole sporcandoci le dita. Avevo dato l’ultimo esame, i miei ventitrè anni e tutta la vita davanti, un pezzo consistente, almeno, il tavolo rotondo apparecchiato per metà, ci bastava, non c’era bisogno di mettersi in ghingheri quando si trattava di me e lei e un barattolo gigante di maionese Calvè.

Il chinotto e l’aranciata amara. Ci sono nonne da succo di frutta, la mia era una nonna da gusti decisi, non indulgeva in dolcezze non necessarie, ma non lesinava sulle bollicine.

Il crodino e la coca cola. L’acqua brillante. Ai piccoli si può dare quello che piace ai grandi, nel bicchiere di vetro, perché imparino a fare attenzione, perché sappiano che le cose, a volte, si rompono.

Poi c’era il furto controllato, piccole mani contro lesti cucchiai di legno: l’agnolotto crudo, l’impasto della torta, la frittella appena spadellata a temperatura nucleare.

Cucchiai da portata d’alluminio, saliere a forma di cigno, pentole ammaccate senza speciali doppi fondi né moderne innovazioni, in cui i gusti si mescolavano sempre nel modo giusto. Il tappo di sughero tagliato a metà e poi imbullonato al manico del coperchio, quando ormai l’apposito materiale isolante si era rotto da un po’.

Il pane secco mai buttato via, e riutilizzato per polpettoni o torte o misteriose magie gastronomiche.
C’era tutta una liturgia di oggetti, di gesti, di direttive indirizzate verso i vari membri della famiglia per limitare, almeno un poco, la loro strutturale inutilità.

Gratta il formaggio. Riempi l’oliera. Porta il pane in tavola.

(E l’insalata asciugata avvolgendola nello strofinaccio e poi scuotendola, sul balcone). 

Io che non cucino se non per necessità basilari, ma ho dentro me tutti questi pezzetti che messi insieme fanno immagini e ricordi, che mi raccontano come eravamo e come erano loro, c’è tutta una famiglia e il ricordo di un’estate dentro la bustina di idrolitina sciolta nell’acqua del rubinetto in montagna – quell’acqua che scendeva così fresca e pesante che ti sembrava quasi di morderla, nella sete del mezzogiorno.

Un po’ di mesi fa ho letto un articolo molto bello, su Internazionale. Si intitolava “A dieta per essere immortali“, e l’autrice è una dietologa canadese, Michelle Allison (non l’ho più trovato in italiano, ma la versione originale potete leggerla qui ). Una frase mi ha colpito, e diceva:

E senza risposte facili o certe,ogni volta che mangiamo qualcosa è come se facessimo un atto di fede.

Ecco, il punto dell’articolo era poi un altro, ma io penso alla fiducia con cui chiudevo gli occhi e assaggiavo quello che le nonne mi mettevano in bocca o nel piatto, mi dicevano mangia, assaggialo, è buono, o non mi dicevano niente, perché sapevano che era scontato, che in quel cibo c’era molto di più di un insieme impeccabile di sapori.

C’era il loro tempo, c’era il loro amore, c’era la festa e c’era il pane quotidiano.

E c’era quel vecchio logorroico di Marcel Proust che mentre scrivevo questo post mi guardava dall’alto e bofonchiava, a me vieni a raccontarla, ragazzina? Che l’ho detta meglio e più lungamente assai, e ben prima di te?

Il burro non farà bene alle arterie, ma come li condisce lui, i ricordi, signora mia.

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Più che OMS, OMG

Bom, siamo nel panico, ragazzi, il salame fa male.

Ormai nella mia bacheca Facebook non leggo praticamente altro. Credo che la noia mi ammazzerà prima della carne rossa.

E come sempre mi trovo a chiedermi perché. Perché bisogna sempre reagire in maniera così scomposta e psicotica? Tra l’altro per cose ovvie, ovvie, cazzo.

Partendo dal presupposto che a me non frega proprio niente di quello che ti metti nel piatto, pure se siamo a cena insieme. Al massimo sono curiosa e lo voglio assaggiare. Ok, non  mi piace il seitan, ma non mi piace neanche il gorgonzola, non è un giudizio morale, sono papille gustative. Credo di aver cenato svariate volte con amici vegani e vegetariani e mai una volta gli ho rotto il cazzo perché assaggiassero i miei crostini al lardo. Penso di aver cenato con vegani e vegetariani e non averlo manco mai saputo, per inciso. Se mai ho rotto le palle a qualcuno per la sua alimentazione – e questo qualcuno lo sa – la cosa non aveva niente a che fare con una scelta etica ma con una mia preoccupazione personale mutuata da ben altro (ehi tu, lo so che sai chi sei).

E purtroppo so che esiste il cancro, grazie dell’informazione . Ho avuto il cuore spezzato più volte, vedendo persone che ci passavano, persone che amavo molto, persone che hanno lasciato un vuoto incolmabile. E non credo di mancare di rispetto a nessuno di loro quando esco fuori a cena, perché il punto secondo me non è quello.

Il punto che io non voglio diventare pazza pensando che tutto quello che faccio può uccidermi, anche perché, guess what? Qualcosa sarà. E quindi fumo, mangio, bevo, nei limiti, non un pacchetto al giorno, non uno zampone con ciccioli per merenda, non una litrazza di vodka a colazione. Vi autorizzo tutti a venirmi a ballare il waka waka sulla tomba con una maglietta con su scritto “Te l’avevo detto, stronza!“, se però per il momento, per quei due o tre anni che mi restano prima di stramazzare intuppata di sugna, potete non sfrantecarmi i maroni, vi ringrazio.

È che non credo che dietro a tutti questi novelli Savonarola – da una parte e pure dall’altra – ci sia davvero una preoccupazione per la mia salute, credo sia piuttosto un malcostume ben radicato di palare alla cazzo di cane e crearsi armature sfavillanti per sentirsi bene, sentirsi al sicuro, stare dalla parte dei buoni. Ed è umano, è normale, la malattia e la morte fanno paura a tutti, non ci sono atei sul letto di morte, però possiamo anche prendercela un attimo con calma, per favore?

polpette jap

Non so esattamente cosa ci fosse in queste polpette jap, però erano molto buone. Per dire.

Fare il pap test non mi rende una persona migliore, per dire. Eppure anche quello è prevenzione. Allora voglio una attestato che tutti quelli che stanno spippolando sulla tastiera con toni da apocalisse hanno fatto gli esami del sangue nell’ultimo anno, la mammografia e la visita alla prostata, se no non vale. Ma dai. Ma veramente quando clicchiamo sull’icona blu con la F siamo in cerca di questo? Più gattini, vi prego, più gattini!

Poi tra l’altro ci sarebbe anche da chiedersi (e qualcuno giustamente l’ha fatto) com’è che l’OMS che dice no al bacon è brava e l’OMS che dice sì ai vaccini è uno sgherro al soldo di big pharma, ma vabbè, qua entriamo in una palude di mota che ci sommerge tutti.
Io già lo so che con questo post attirerò orde di pazzi che mi lasceranno messaggi di morte, sedani spezzati nella casella di posta, l’equivalente cruelty free alla testa di cavallo sul copriletto.

Concluderei quest’inutile tirata che potevo anche risparmiarmi (e stupidissima me che non l’ho fatto) con l’unica cosa che davvero mi sta a cuore. Che secondo me se tu, a uno che ha la sfiga di trovarsi con un cancro, gli dici, vedi? ecco cosa succede a mangiarsi il cotechino a Natale, ecco, a quel punto forse dovresti fermarti un attimo e farti due domandine su che tipo di persona sei. Anche se hai pietà dei polli.